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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


2 gennaio 2013

Antipolitiche

La crisi della politica non è Mario Monti che guida un governo di emergenza con una strana maggioranza. Di soluzioni temporanee, legate alla specificità della fase, è piena la storia. La crisi della politica non è solo il berlusconismo, il partito azienda, l’olgettismo, il porcellum, ecc. Non è solo la stantia retorica della società civile, della casta, del giustizialismo. E non è nemmeno Monti che scende in politica, perché tutti possono candidarsi ed esporsi sul mercato politico: facciano pure. No. La crisi della politica (non paia paradossale) è anche Casini che si rifugia dietro Monti e se ne fa scudo. È Bondi che fa il cacciatore di teste e mette il bollino-qualità sulla torma di candidati udc che premono ai cancelli. È il ‘centro’ interpretato come spazio vuoto di moderati, da riempire con la lista di prescrizioni contenute nell’agenda Monti. È l’idea che anche la prossima legislatura debba essere affidata a ‘tecnici’ o presunti tali, e che la politica debba stare a bagno maria, affidandosi ancora una volta a strane maggioranze. È la concezione della politica come ambito neutralizzato, che rispecchia l’idea non peregrina per cui la tecnica oggi fissa i paletti e decide per tutti. Ma che concede alla tecnica troppo, davvero troppo, e che fa ideologia della tecnica stessa, e nasconde le proprie ambizioni politicissime dietro una maschera tecnocratica e professorale. Ed è pure il progetto di piazzare in prima fila i soliti miliardari antiwelfare e taglia-tasse all’americana (ossia per soli ricchi) e ridare fiato a un settore di imprenditori, professionisti, consulenti, finanzieri, speculatori che alla sola idea di pagare una tantum una patrimoniale vengono i vermi intestinali. Ecco la politica è invece rimettere al centro l’opinione dei cittadini, la forza di partiti autonomi e rinnovati, la solidità di istituzioni rigenerate. Le primarie sono i cittadini che scelgono, mentre Bondi è il colletto bianco che taglia le teste secondo parametri aziendalisti. Bersani è il leader che si sottopone alla duplice sfida delle primarie e poi elettorale. Casini, invece, è quello che mette su un baraccone di tecnici e miliardari per speculare ancora una volta sul sentimento antipolitico degli italiani. Per non parlare di Berlusconi, dei Fratelli d’Italia, dei barbari sognatori, di Grillo, di quelli che ogni tanto si ergono e parlano a nome della società civile, tutta gente che in un Paese normale farebbe soltanto il proprio mestiere, niente di più, e forse pure male.

 


17 dicembre 2012

Il nuovo centro

Riccardi lo chiama ‘nuovo centro’. Vediamo. Ci sarà la lista Casini (denominata per la circostanza ‘Lista per l’Italia’); poi ci sarà la ‘Lista Montezemolo’ (denominata ‘Verso la Terza Repubblica’, ma staremo a vedere se si tratterà di giorno pari e dispari, perché negli uni Godot arriva, negli altri no); poi ci sarà la ‘Lista Fini’ (denominata per la circostanza ‘Futuro e Libertà’); poi ci sarà la lista dei cattolici montisti, disciamo Lista Riccardi-Olivero-Dellai-Bonanni; poi, forse la ‘Lista Monti’ (denominata fantasiosamente ‘Agenda Monti’) con lui presente anche in forma spettrale; poi i montiani del PDL, denominata ‘Lista Berlusconi’; poi la lista dei grandi giornali, denominata ‘Lista Terzisti buoni per tutte le stagioni’); poi i giocatori del Milan e Barbara d’Urso, nella ‘Lista Ancillare’; poi la ‘Lista No-Imu’, per la quale l’IMU non si migliora, piuttosto si abbatte come un tordo, per farla rinascere peggiore al prossimo governo Monti e nei pressi di un futuro baratro finanziario. Ecco.

 

Questo brulicare spasmodico di prime donne, opportunisti, terzisti, centristi, gente capitata lì per caso (mentre cercava soltanto una toilette), cattolici senza se e senza ma (persino atei), ministri che ci hanno preso gusto, ex tecnici, ex società civile, ex e tuttora berlusconiani, presunti moderati, reazionari, ex fasci, ex e basta, peones, seconde e terze file, antipolitici, antipartitici, equilibristi, gente che ha famiglia, mutui, amanti e soprattutto non ha idee nemmeno a scavarle con il carotaggio, a meno che non sia la stessa idea oggi di tendenza: ‘Monti senza se e senza ma’, ebbene tutti costoro pur presentandosi in forma di caleidoscopio multiforme o specchietto per le allodole alla scadenza elettorale, vorrebbero ambiziosamente unificare il Paese! Ci pensate: i maniaci delle liste personali e scombiccherate che vorrebbero unirci! Ma, al massimo, rifaranno una DC molto, ma molto più frastagliata, seghettata e tagliuzzata della precedente, che almeno aveva una propria storia, un senso e una dignità storica, non meramente giornalistica.

Nella foto, l'agenda del nuovo centro dopo Todi 34


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permalink | inviato da L_Antonio il 17/12/2012 alle 10:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


10 dicembre 2012

I convegni al caviale

Ho come l’impressione (quasi la certezza) che ci sia un certo segmento della politica italiana che, senza Monti, non saprebbe a quale scoglio appiccarsi. Si colloca al centro del mercato politico, è costituita da ipotetici ‘moderati’ ed è il recinto in cui si accalcano molti appartenenti alla cosiddetta ‘società civile’, e che altri non sono che rappresentanti della classe dirigente italiana orfani di partito o incapaci di costruirne uno e persino refrattari alla politica o incapaci di comprenderne persino il concretissimo senso pratico. Insomma, c’è una certa densità di chiacchiera rarefatta che cerca nell’attuale premier la possibilità di una fattiva condensazione. Non esagero. Se pensate alle evoluzioni di Montezemolo (mi candido, sì, no, non so, altra domanda?), se pensate all’equilibrismo di Casini, se riflettete sullo strano protagonismo politico di Bonanni e delle ACLI (tanto per dire) il quadro apparirà anche sperimentalmente fondato. L’immagine che ne ho è quella di un grande e sconclusionato movimento, un vorticare convulso di tutto un po’, che senza un ‘centro’ (paradossale, no?) del tipo di Monti rischia di apparire un caleidoscopio mal congegnato destinato a centifugarsi.

 

Ora, io non me la prendo con professionisti del centro, con quelli che fanno di primo mestiere gli equilibristi terzisti e poi i sindacalisti o i manager o i professori. No. Io me la prendo con quelli di sinistra (o che provengono dalla sinistra) che stanno lì, in zona Montezemolo in special modo, ad aspettare Godot, come se la precedente esperienza politica non avesse prodotto in loro alcun germoglio e nessun fondamento. Chi ha militato nella sinistra, soprattutto nelle varie organizzazioni della sinistra, sa bene (o dovrebbe sapere bene) che non è mulinando mediaticamente nomi altisonanti, ideuzze, indignazione borghese, primato dell’economia, manifesti sofisticati, convegni e oscargiannetto che si costruisce politica. Al massimo si fa un bel po’ di caciara che disorienta l’elettorato e confonde i più giovani. Punto. La politica, nonostante Berlusconi, resta una cosa serissima con i suoi canoni e le sue regole. Ed è soprattutto un lavoro che richiede competenze specifiche, e una certa aderenza alla realtà sociale, e persino un rapporto con i più umili, gli ‘ultimi’, non solo con i professori, i giornalisti e gli opinion maker. Temo che lì, nei convegni al caviale del centro, gli schieramenti interni e i dibattiti si costruiscano soprattutto a partire dal gusto con cui si abbina il foulard ai gemelli della camicia. E non è bello.

Nella foto, la mensa del convegno 'Salviamo l'Italia con Mari e Monti'


5 dicembre 2012

Gruppettari

Facciamo un esperimento mentale. Escludiamo i contenuti politici e ragioniamo soltanto sulle forme e sugli involucri. Decenni fa, a sinistra del PCI, si agitava un continente di piccoli gruppi politici di sinistra radicale, movimentisti e sparuti, che parlavano a oltranza di unificarsi, ma rimanevano su posizioni di intransigenza reciproca, con distinguo incredibili e talmente sottili da apparire spettrali. Da una parte i comunisti italiani con un impatto politico-organizzativo enorme, dall’altra individui, militanti e intellettuali che sembravano un formicaio impazzito (con tutto il rispetto) e che non trovavano mai una sintesi, e quando lo facevano prendevano sonore sberle alle elezioni ‘democratico-borghesi’. Si trattava di un continente abitato da persone con una grande passione politica, in buonissima fede e spesso dotate di grande intelligenza: vere teste d’uovo, insomma. Eppure non bastò a lasciare un segno, ma solo ad alimentare fedi e illusioni. Oggi molti sono accasati a destra, altri sono diventati molto anziani, alcuni ancora giocano a fare il Che, altri infine sono al nostro fianco. Non entro nel merito, come vedete, mi limito a valutare le forme e le dinamiche.

 

Veniamo all’oggi. Anche stavolta c’è un grande partito che fa da spartiacque e che le primarie hanno rafforzato ancor più. E al suo fianco un certo movimento di persone, gruppi, intellettuali (oggi si dice professori e ricercatori, soprattutto in economia) che cercano di mettere su un qualcosa (che, faccio una digressione, non è chiarissimo) che abbia una forza politica, organizzativa ed elettorale (non solo analisi astratte o manifesti). Anche stavolta li vedo agitarsi, animati da un sincero spirito civico, così come da invidie, gelosie, risentimenti, rivalità personali. Ci sono molte prime donne in questo continente centrista. Perché il punto è questo: trenta anni fa il formicaio stava a sinistra del PCI, oggi alla destra del PD. Tolto questo elemento geopolitico, a livello formale poco cambia. Caciara allora, caciara oggi. L’impolitico ha questo difetto, si involve, si concentra attorno al proprio Ego, perde di vista il Politico, appunto, ossia la vita delle persone e delle istituzioni che formula domande molto, ma molto concrete. Ci vuole poco a buttar giù un manifesto e pochissimo a fare convegni con grandi firme e grandi marchi. Ci vuole molto a uscire dalla palude dell’antipolitica e a mettere in campo un progetto politico vero, efficace, fuori dai giochi, una cosa da donne e da uomini, non da professori. Come sta facendo il PD, appunto. Oh!

Nella foto, quello al megafono è Casini, quello col foulard è Montezemolo


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14 novembre 2012

Il conclave

Sentite qui. Piercamillo Falasca di Zero Positivo spiega la filosofia del progetto newcentrista che si esibirà in conclave a Roma il 17 prossimo. Ecco alcune frasi commentate.

1.“La discontinuità di Monti deve segnare un cambio di sistema”. Nientepopodimeno! Solitamente i ‘cambi di sistema’ sono annunciati da rivoluzioni, guerre, epidemie, crisi, apocalissi, sconvolgimenti epocali. No, in questo caso, basterebbe un governo dei tecnici. Il massimo (bum!) con il minimo (bim!).

2. “I partiti hanno mostrato la loro inadeguatezza, ora avanti con nuove aggregazioni politiche”. Un uomo politico più sobrio e meno adrenalinico avrebbe detto semplicemente che serve un rinnovamento profondo dei partiti, ossia una cosa realistica che si può fare subito, senza grida, discontinuità apocalittiche, ma solo ricostruendo passo dopo passo un tracciato di moralità pubblica. Punto.

3. Le forze centriste “non hanno la forza per intestarsi l’esperienza del governo Monti”. Già il verbo ‘intestarsi’ mi appare fuori luogo. Chi si intesta una cosa evidentemente se ne appropria un po’ abusivamente, quasi per tornaconto. La ‘forza’ è meglio usarla per produrre buona politica, piuttosto che per ‘intestarsi’ il lavoro degli altri. La domanda è: ci sono altre organizzazioni, a parte quelle citate da Falasca, che hanno invece questa forza di intestazione? E chi, di grazia? Quelle in conclave nel rassemblement del 17 novembre?

4. E il leader? “Intanto stiamo creando il modello di un’offerta nuova con altri protagonisti. Il resto arriverà”. Capite? Manca il leader, poca roba. Anche perché questo ipotetico Capo dovrebbe essere lo stesso che da mesi e mesi fa un passo avanti e due indietro, e poi si chiede: “Mi si nota di più se ci sono e sto di lato, oppure se non ci sono proprio per niente?”. E comunque, al di là del leader (per il quale l’ufficio delle risorse umane sta facendo i colloqui sulla base di curriculum specifici), per ora i newcentristi si limitano, con comodo, a creare il ‘modello di offerta’, a fare disegnini insomma, a lavorare in laboratorio, magari facendo ipotesi tipo il bosone di Higgs, a livelli di astrazione altissimi. Ma dopo, inevitabilmente, ci si DEVE confrontare con le masse, il popolo, i cittadini, le persone in carne e ossa, che non hanno un sapere ma solo opinioni, perché sono costoro che alla fine scelgono, mettono la croce sulla scheda, ti chiedono conto, appunto. Esigono. Fanno domande. Testano il modello. Vallo a dire ai newcentristi di oggi che la politica esiste anche fuori delle élite più rarefatte. Ti guarderanno sbalorditi, a bocca aperta, svagati, mentre tracciano ‘modelli di offerta’ sempre più audaci e vertiginosi, fomentandosi a vicenda. Ma la vita vera non è un’azienda, né un foulard, né un laboratorio di menti sopraffine. È carne e sangue, oltre che idee. Non c’è niente di peggio delle classi dirigenti che si chiudono in conclave.

Nella foto, il colore rosso è frutto di immaginazione


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8 novembre 2012

Il 10%

Il 10%. Non è uno sconto o un saldo. No. È una garanzia minima, minimissima, per evitare che scatti una sorta di proporzionale puro o giù di lì, che trasformerebbe con molta probabilità il Parlamento in un caleidoscopio di forze pronte a essere divorate dal Monti-bis più politico e centrista possibile. Il 10% è il premio di governabilità che dovrebbe essere concesso al primo partito, per offrire al Presidente della Repubblica un punto di riferimento nel momento di assegnare un incarico per formare il Governo. Un modo per trasformare l’appiattimento proporzionale in un’opportunità di governo, e togliere al tecnico pur capace il compito di fare politica al posto dei partiti. Se proprio oggi vogliono lo sbarramento al 42% per far scattare il premio di maggioranza, mentre in questi cinque anni ne hanno goduto a iosa senza nemmeno essere capaci di metterlo a frutto!), diventa necessario garantire comunque un minimo di governabilità contro le possibile tentazioni montiste. Solo il PD e il professor D’Alimonte sostengono questa proposta del 10%. E ciò vale a dimostrare:

1. Che il PD stesso (Bersani in special modo) non ha alcuna intenzione di riconsegnare il testimone a Monti.

2. Che Casini, per quanto si affanni, ha in mente un progetto centrista comunque complicato e rischioso, e farebbe meglio a valutare altre prospettive più solide e ambiziose.

 

È ovvio che il PD non rinunci comunque a dialogare, a stare nella mischia, a tenere palla e vada a vedere le carte anche ora che è passato il blitz Rutelli sul 42,5%. Che non vuol dire essere ingenui o creduloni. Bersani non lo è di sicuro. Se si tratta dell’ennesima porcata, andare sull’Aventino recriminando sul bel tempo andato e su quello che potrebbe essere stato ma non è, sarebbe una sorta di suicidio violento. Lo so bene che la prospettiva più appropriata sarebbe fare un bel governo progressista a maggioranza assoluta e chi s’è visto s’è visto. Ma questo è un desiderio che non fa i conti con la realtà, con le forze in campo e con la fase storica. E la realtà è una cosa durissima, un macigno davvero ingombrante. Andatevi a leggere Maurizio Ferraris che lo spiega con più competenza, più spirito e più verve di me. Il berlusconismo nasce e sopravvive negando la realtà e trasportandoci in un modo di sogni televisivi. Ecco perché bisogna andare a vedere le carte dell’avversario, del possibile alleato e persino del compagno di partito, pensate un po’. Non è un Paese per chi ha fretta o corre troppo, questo.

 


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2 ottobre 2012

Sciarada!

Verderami descrive oggi sul Corsera in modo molto efficace l’attuale situazione del centro terzista, ossia di quelli che si candidano a governare il paese in modo equilibrato, così dicono, dalla parte della nazione e oltre i partiti. Sono gli stessi che inorridiscono all’idea che Bersani rappresenti l’Italia in Europa. Bene. Scrive Verderami: “con Monti che è pronto a servire il paese senza però candidarsi, con il presidente della Ferrari che è pronto a sostenere Monti ma non svela ancora se si candiderà, con Casini e Fini che sono pronti a sostenere Monti e ad allearsi con Montezemolo, sebbene il primo di sicuro non si candidi mentre il secondo ancora non si sa”. Ecco l’attuale panorama centrista. Un guazzabuglio, anzi una sciarada. Spicca, come al solito, Luca Foulard Montezemolo. Il quale ha finalmente chiarito (sic!) a tutti che si candiderà ove abbia già vinto, non prima. Condizione logica e cronologica impervia, ma indubbiamente inattaccabile sul piano dell’efficacia delle discesa in campo. E poi dicono che Bersani non possa rappresentarci in Europa. Ma ve lo immaginate Montezemolo premier in visita alla Merkel? Viene, non viene, potete telefonare in ufficio se è già uscito, l’autista che dice, gli mettete un po’ di prescia per favore? Luca, Luchino, Montezemoluccio su, non farti prendere dall’ansia. Te lo dico io, stai a sentire: ti si nota di più se vieni e ti metti in disparte, magari imbronciato, piuttosto che restare in casa a provare i foulard davanti allo specchio! Fai il bravo e non dar retta a Casini, che quello è solo invidioso e vuole Monti tutto per sé! Il centro, i terzisti, i capitalisti eleganti e i politici ancora un po’ troppo democristiani: avete capito che soggetti?

 


24 maggio 2012

Foulard

 

Montezemolo ha scritto che Italia Futura ‘potrebbe anche’ diventare, nei prossimi mesi, un movimento politico a tutti gli effetti. Berlusconi, da parte sua, dice al Corriere di escludere una sua ricandidatura a premier. Casini, mai come in questi giorni, dopo il ‘crac’ (disciamo) del Terzo Polo, è fermo in vigile attesa. L’uno fa un timido passetto avanti. L’altro lo fa all’indietro. Il terzo ballerino si è quasi inchiodato al centro del tavolo. Il combinato disposto di questi tre ‘falsi movimenti’ è un incontro, anzi un abbraccio dentro quella federazione dei moderati (bella roba) che sarebbe pronta a prendere in mano le magnifiche sorti e progressive del Paese.

Ha ragione Fabio Martini sulla Stampa, a dire che Montezemolo è pronto a parlare col Cavaliere a patto che quest’ultimo faccio il suo bel passo indietro. Lo schema logico, difatti, è proprio questo: la federazione dei moderati si fa se Silvio fa spazio a Luca e non rompe troppo le scatole, e se Casini funge da riempimento sul versante cattolico. Il programma di Italia Futura, più di qualcuno ha detto che quasi rispecchia passo passo quello della discesa in campo del 1994. La borghesia italiana appare quasi monomaniacale nelle sue ossessioni politiche. Luca è appena un po’ più moderato dell’altro: imbarca giovani talenti ex di sinistra e non dice ‘comunisti’, dice ‘socialdemocratici’. La parola che potrebbe unificare i due linguaggi è ‘sinistra’: nella federazione dei moderati, dice Berlusconi, dovranno riconoscersi gli italiani che non sono di sinistra.

Ecco. Poi dice ‘il nuovo’: dopo vent’anni non sarà il populismo mediatico e tribunizio del Cavaliere a sfondare le linee, non sarà un brianzolo un po’ ruvido e antipolitico a suonare la cornetta, ma un signorile padrone di area Fiat con tanto di foulard a scendere in campo in punta di piedi, quasi danzando. Eppure tutto sembra tremendamente lo stesso di allora, una specie di deja vu, una sorte di eterno ritorno dell’eguale. Il solito aziendalismo con la retorica del cittadino azionista. Ma vuoi vedere che per gustare un po’ di novità, quella vera, bisognerà attendere proprio i socialdemocratici? Che i moderati sono capaci solo della stessa, noiosa lagna? Che rieccoli con tutti i bicchierini, con il solo foulard al posto del doppiopetto? Pensa che beffa.

Nella foto, il ben più moderato Montezemolo, quando vuole aprire ai socialdemocratici indossa la kefia bagnata nel suo profumo preferito 'Les Palestines'


18 maggio 2012

La prescia della smentita

 Cetto La Qualunque inaugura il 2011. Albanese show a 'Che tempo che fa'

Andrea Romano smentisce ‘categoricamente’. Ma una smentita, di solito non si nega a nessuno, quindi potrebbe significare poco. Anche perché lo spappolamento del PDL, il nuovo attivismo casiniano dopo l’auto da fè del Terzo Polo, la caccia al voto moderato e di centrodestra di Montezemolo mettono talmente in movimento al situazione in vista del 2013, che le smentite paiono come quello che voleva fermare l’inondazione a mani nude.

Oggi sul tema Montezemolo-Berlusconi-centrodestra torna anche De Marchis su Repubblica. Luca Cordero, per sua stessa ammissione, pensa all’elettorato di centrodestra, al quale proporrà un progetto neomoderato. È solo un’Opa sul PDL? Oppure è il segno di una possibile, futura alleanza con Berlusconi? Ancora non si sa, dice De Marchis. Romano smentisce, ma chissà cosa a questo punto. La cosa certa è l’ipotesi neomoderata: Italiafutura parte per svecchiare e costituire un’élite di eccellenze, e si ritrova impaludata alla ricerca di consensi (e classe dirigente) nell’area moderata e di centrodestra, che certo non è il massimo per dei giovani studiosi pronti a rivoltare il mondo a colpi di ‘nuovo’.

Ma più di De Marchis, interessano le considerazioni svolte da Roberto D’Alimonte su l’Espresso: “Berlusconi ha lo stesso problema del 1994: unire la destra che in Italia è frammentata, trovare una nuova formula per dire ‘moderati state insieme altrimenti vincono i comunisti’. A differenza di allora deve trovarsi un testimonial”. Chiarissimo, a me pare. La frammentazione è tale e succosa, che ci si sono buttati a pesce Montezemolo, Casini e lo stesso Berlusconi, il quale ultimo ora dovrà mettere in campo qualcosa di convincente come nel 1994 e non credo resterà con le mani in mano.

E poi si sa, i contendenti spesso finiscono per allearsi attorno a un bene comune fatto di milioni di voti. Perché puoi essere ‘nuovo’ o ‘vecchio’, ma il consenso e i voti fanno venire la vista ai ciechi e fanno sbocciare amicizie laddove si covano solo risentimenti o vige la regola della competizione di mercato. Tanto più se di là c’è un Cosacco alle porte, che vorrebbe abbeverare i propri cavalli alle fontane di San Pietro, come diceva Gedda nel 1948: e poco importa che siano ‘comunisti’ à la Berlusca o ‘socialdemocratici’ à la Montezemolo. Tutto fa brodo.

La sinistra nella nuova dimensione europea è un pericolo vero per questi signori, che ora hanno la prescia (it. fretta) di dietro, come si dice a Roma. E si sa, davanti al pericolo scatta l’emergenza. Che non sia proprio Luca Cordero, il testimonial berlusconiano di cui parla D’Alimonte? Ai posteri.

Nella foto, moderati per Cetto


12 maggio 2011

La realtà è un uccello: anche per oggi non si vola

 

Ieri Rutelli, oggi Casini hanno ripetuto: ai ballottaggi decideremo caso per caso. Vuol dire che le scelte si faranno a posteriori, non prima. Vedremo, insomma. Ma ‘vedremo’ cosa? Chi sarà in vantaggio e avrà più chance di vittoria? Vedremo cosa ci daranno e cosa potremmo offrire? Vedremo quali incarichi ci prospetteranno? Vedremo. Non è un granché come indicazione di una prospettiva politica. Troppo tatticismo, troppo fiato corto, troppe subordinate. Se l’alternativa al fiacco bipolarismo di questi anni è il ‘caso per caso’, allora stiamo freschi. Da qui agli auruspici che scrutano il volo degli uccelli il passo è breve.

D’altra parte, Luca di Montezemolo, che di Casini e Rutelli è il campione, non è da meno. Intervenendo al Forum PA di Roma, accanto a cose condivisibili (ma che avrei potuto pronunciare anche io per la generalità e banalità della sostanza espressa) ne spara una abbastanza grossa per un futuro leader deciso a entrare in politica: “Bisognerebbe dare attenzione alla crescita, alla solidarietà e al recupero delle risorse per tante cose inutili (sic!) in cui si spende molto denaro, a cominciare dai costi della politica (sic, sic!)”. Tante ‘cose inutili’, dice così Montezemolo (in una sintassi scomposta, peraltro). ‘A cominciare dai costi della politica’, spiega successivamente. Iniziamo bene se, chi vuole entrare in politica, denuncia come ‘inutile’ la politica stessa, almeno sul versante dei suoi costi e delle risorse (che non è poco).

Certo, se sommiamo il ‘caso per caso’ alle ‘cose inutili’ da tagliare (a cominciare dall’albero su cui i leader politici siedono, parrebbe, con una metafora che proprio Montezemolo usa a proposito delle istituzioni), viene fuori una strategia che potremmo definire come il ‘caso per caso delle cose inutili’. Qualcosa di talmente indeterminato e di approssimativo che mette paura persino a gente avvezza come l_antonio. C’è poco da spiegare che sarebbe meglio indicare delle prospettive, proporre una strada, fissare dei percorsi politici. Macché. Si decide dopo, con comodo, caso per caso, che fretta c’è. Immagino quelli dell’UDC intenti a scartabacchiare imperterriti in mezzo ai molti ‘casi’ della vita politica, alla ricerca di quello più conveniente e/o opportuno.

A forza di tatticismi, quasi quasi si dimostra che il flaccido bipolarismo è meglio di ogni proporzionalismo per quanto ‘corretto’: il primo almeno propone da subito un’alternativa, l’altro si riduce a un caotico farfugliamento e alla trattativa permanente ad ogni pie’ sospinto. Va a finire che la ‘cosa inutile’ di Montezemolo apparirà proprio il proporzionale, anche a causa dei vani costi pagati agli auruspici. E mo’, chi glielo dice ad Andrea Romano e compagnia cantante, che serve l’esperto in volo degli uccelli? Poco male, si tratta sempre di una nuova professione per i giovani. È già pronto il bando su Italia Futura.

Nella foto, le tessere 'tarocche' del futuro 'Partito Fluttuante Unitario Incasinato" (P.F.U.I.)

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